Mancava un anno alla maturità. Faceva molto caldo quel giorno agli albori dell’estate. Il professore ci domandò dove e chi avremmo desiderato essere tra dieci anni. La maggior parte dei miei compagni rispose che avrebbe voluto essere un medico oppure un avvocato. Molte ragazze espressero il desiderio di sposarsi e diventare madri. Alcune del gruppo medico/avvocato replicarono che diventare madri e mogli non dovrebbe escludere la realizzazione professionale. Stava diventando un dibattito socio-esistenziale sull’emancipazione femminile e sul valore personale. Dico “stava” perché poi arrivò il mio turno. “Io tra dieci anni vorrei essere esattamente dove sono, prof.”.
Mi vergognavo di quello che avevo appena detto, non sono mai stata molto brava a mentire, avevo detto la verità.
Perché volevo restare esattamente dove ero?
Non ero un’adolescente spensierata e leggera. È che i miei genitori, che erano degli adulti, erano tristi e pesanti. Se già adesso non riesco ad essere spensierata e leggera, pensavo, chissà come sarò fra dieci anni.
Quel giorno tornai a casa e decisi che avrei escogitato un modo per fermare il tempo, come faceva una delle protagoniste di quella serie tv che guardavo alle elementari.
Quel giorno tornai a casa e decisi che se mi fossi impegnata al massimo, anche io avrei potuto avere un superpotere.
Quel giorno tornai a casa e decisi che quella pasta al forno che mamma mi aveva lasciato per pranzo mentre lei era a lavoro, era “troppo”.
Quel giorno tornai a casa e decisi parecchie cose. Quello che non decisi, quello che non sapevo, è che presto o tardi, in silenzio e segretamente, mi sarei ammalata di un disturbo alimentare. Nel frattempo, il mondo continuò ad andare avanti…

SUPERPOTERE

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