Penso che gran parte della sofferenza delle persone che soffrono di un disturbo alimentare provenga dal rifiuto della propria condizione.
Voglio dire: capire il funzionamento della malattia e non solo, capire il ruolo che la malattia ha all’interno della propria esistenza è fondamentale, ma non risolve il problema, anzi. Penso che prendere consapevolezza della potenza di tutto questo sia un’esperienza terrificante.
“Non soltanto una coscienza eccessiva, ma la coscienza stessa è una malattia”, scriveva Dostoevskij.
La coscienza è un frammento indispensabile del processo di cura e di guarigione, ma non basta. Se dopo questo passaggio non ci spingiamo oltre, la coscienza può essere persino deleteria.
Un’altra credenza errata è che la soluzione del problema risieda nel suo annullamento. Per esempio, se le emozioni mi arrivano nel cuore come una coltellata, inizio a tentare o a desiderare incessantemente di ridurre l’intensità con cui percepisco il mondo. Cioè, rifiuto la mia condizione di ipersensibilità.
Anche questo meccanismo è controproducente: continuando a sperare di diventare altro da quello che sono, mantengo viva la mia percezione di entità difettosa nel mondo, e con essa il bisogno della malattia come tentativo di sopperire a questa condizione.
Per stare meglio, è necessario sperimentare che è possibile stare al mondo nonostante la propria condizione, o ancora meglio, che la propria condizione possa essere funzionale a sperimentare il mondo in un modo diverso da quello che si è conosciuto fino ad oggi, un modo migliore.
È l’accettazione.
Se oggi riesco ad accettarmi e ad incastrarmi nel mondo, chissà… Magari, un giorno riuscirò persino ad amarmi.

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Accettarsi, incastrarsi, amarsi

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